Remo Danovi
TRA RIVISTE E ARCHIVI FORENSI
UN TRATTO DI STORIA
Ho sempre sottolineato la straordinaria utilità del volontariato forense, degli avvocati cioè che sono partecipi della vita delle Istituzioni e delle Associazioni, operando per rendere più salda la rappresentanza della Avvocatura, la difesa dei principi e dei valori, la tutela del bene comune.
Li ho chiamati “i generosi” (Il diritto degli altri - Storia della deontologia, Milano, 2022, p. 190), poiché il volontariato non ammette compensi e non misura i sacrifici di tempo e di forze fatti nei tanti modi possibili, per consolidare convinzioni e dare suggerimenti, attraverso linee-guida, prassi virtuose, programmi operativi, che poi prendono forma di Delibere, Mozioni, Comunicati, Ordini del Giorno, Protocolli, Regolamenti.
È una grande manifestazione di intenti, che si rinnova periodicamente di elezione in elezione, a livello territoriale o nazionale, per rendere sempre più attuale ed efficiente l’Avvocatura, per seguire e talvolta anticipare lo stesso corso degli eventi e della società, per traguardi più lontani, tecnologie più raffinate, benessere più consolidato, giustizia più certa. È fermo anche il proposito di innovare e migliorare il servizio della giustizia, la risorsa più immediata e utile per contenere i conflitti e i dissidi sempre crescenti sul piano individuale e collettivo.
Per raggiungere questi traguardi, occorre anche la memoria del tempo, la ricostruzione dei fatti e degli eventi passati, che si ritrovano tendenzialmente nelle pubblicazioni curate dalle Istituzioni e dalle Associazioni, come è sempre avvenuto, nelle forme più varie: si chiamano Riviste, Bollettini, Notiziari, Quaderni, Rassegne, un campionario immenso che ha accompagnato e arricchito fino a oggi l’attività quotidiana svolta dagli organi istituzionali e associativi per ricordare e documentare le proposte, i progetti, i risultati conseguiti. “Fino a oggi” abbiamo detto, poiché negli ultimi tempi le forme digitali hanno soppresso quelle cartacee, e sono divenute anche l’alibi per la definitiva cessazione delle stesse pubblicazioni.
Qui, infatti, si apre un capitolo nuovo, con scenari lontani perfino dalla immaginazione, e con regole complesse e variabili, costantemente e progressivamente tendenti alla alienazione, cioè alla devoluzione ad altre intelligenze artificiali delle scelte da compiere. Nel frattempo, ovviamente, le pubblicazioni già esistenti continuano a dispiegare i loro effetti e a divulgare gli eventi dei tempi passati, ovunque esse si trovino, nelle biblioteche dei singoli avvocati, o presso i vari Consigli dell’Ordine, o nelle sedi delle più benemerite tra le Associazioni, a disposizione degli studiosi e di ogni interessato.
Se vogliamo dare un esempio della ricchezza delle pubblicazioni esistenti, possiamo ricordare la Rassegna forense del Consiglio nazionale forense e la Rivista del Consiglio del nostro Ordine di Milano. Due riviste alle quali sono ugualmente affezionato, essendo stato direttore di entrambe (quella nazionale, per dieci anni, dal 1994 al 2003, e quella milanese, dal 2015 al 2019).
La Rassegna forense è la rivista storica del C.N.F., è nata nel 1968, e si è distinta per la completezza delle informazioni sui temi trattati nelle tre parti della rivista (Dottrina, Documenti, Giurisprudenza). In particolare, la parte dedicata alla giurisprudenza è fondamentale, poiché in essa compaiono tutte le decisioni disciplinari pronunciate dal Consiglio nazionale forense (oltre ad alcune di ordini locali e quelle della Cassazione a sezioni unite), massimate o pubblicate per esteso. Lo scopo dichiarato è proprio quello di consentire la più ampia diffusione della giurisprudenza, “facilitandone la conoscenza ed agevolandone le consultazioni” (così nell’Editoriale del primo numero del 1968). La Rassegna è divenuta in tal modo il canale essenziale per far conoscere le condotte censurabili e le violazioni più ricorrenti, supplendo anche per molto tempo alla mancanza di tipizzazione delle regole deontologiche e consentendo comunque ai giudicanti di dare uniformità alle decisioni da assumere.
Nel 1998 si è pensato di celebrare la ricorrenza dei trent’anni della Rassegna e in quell’occasione si è articolato un bilancio delle attività compiute, nel più ampio contesto della vita dello stesso Consiglio nazionale forense (istituito per la prima volta, come è noto, e pur con la diversa denominazione di Consiglio Superiore Forense, con la legge n. 453 del 1926). Si è potuto così constatare (vedi il mio articolo, Trent’anni di diritto forense, in Rass. forense, 1998, 1) che con le precedenti pubblicazioni (la Giurisprudenza professionale forense dal 1930 al 1939, e la Rassegna del Consiglio nazionale forense dal 1956 al 1959), poteva essere ricostruita tutta la giurisprudenza disciplinare dal 1926 in poi, ad eccezione di un limitato periodo (gli anni dal 1959 al 1965): una lacuna che non è mai stata colmata malgrado la dichiarazione di intenti più volte espressa. La Rivista ha poi cessato le pubblicazioni nel 2015, e da allora… manca lo strumento conoscitivo più immediato, più autorevole e completo per rappresentare la stessa giurisprudenza disciplinare, anche nella sua evoluzione (dalla ripetuta condanna delle inserzioni pubblicitarie, ad esempio, al riconoscimento della irrilevanza delle stesse).
Un ricordo abbastanza analogo vale per la Rivista del Consiglio, edita dal Consiglio dell’Ordine di Milano, la nostra rivista, apprezzata e amata, secondo la sensibilità di ciascuno. Il primo numero è del 1975 e da allora è uscita abbastanza regolarmente con cadenza trimestrale (quattro numeri all’anno). Dal 2015 al 2019 è uscito un solo numero annuale e dal 2020 è cessata.
Prima della Rivista, a partire dal 1958, vi è stato un Bollettino Informazioni per gli iscritti agli Albi Forensi di Milano, con cadenza variabile e un aspetto grafico obiettivamente molto artigianale, trasformato con il n. 3 del 1968 in Bollettino informazioni del Consiglio (e una nuova veste grafica), fino alla definitiva assunzione della denominazione Rivista del Consiglio nel 1975. Nell’Editoriale di quell’anno, a firma di Giuseppe Prisco e Giorgio Fredas, si spiega che il cambiamento è giustificato dal fatto che sono stati gradualmente superati “i limiti di una elencazione anodina di informazioni strettamente giudiziarie e locali” e si è acquisita e consolidata la fisionomia di un “periodico di categoria”, attento alle espressioni generali dell’attività professionale.
Di fatto, rivivono in queste pubblicazioni tutti gli eventi della vita politica, giudiziaria e forense del tempo, episodi salienti del tutto ignoti alle nuove generazioni, ma fecondi per capire lo spirito e l’anima delle persone che hanno accompagnato la crescita dell’Avvocatura dal dopoguerra in poi.
A differenza della Rassegna forense del C.N.F., che pure aveva una parte dedicata alla documentazione e all’approfondimento dottrinale, nelle riviste edite dall’Ordine di Milano la giurisprudenza disciplinare è necessariamente contenuta ai casi più emblematici e rilevanti: uno per tutti, il famoso “delitto di Piazzale Lotto” (1967), che ha avuto grande risalto per il procedimento disciplinare conseguente alla rivelazione della “cornice di un contenuto non rivelato”, un segreto: e chi fosse curioso di sapere di più potrebbe consultare il Bollettino informazioni del Consiglio, 1971, 4, 27. Non solo giurisprudenza, dunque, ma anche attenzione alla formazione culturale, politica e giuridica dell’avvocato, e particolarmente del praticante procuratore e del difensore nei giudizi civili e penali che si trovano di fronte a procedure molte volte deludenti e lontani.
Di questi reperti storici, prodotti fedeli di redazioni improvvisate e generose, con i loro collaboratori devoti, resta ormai poco, perché le riviste richiamate sono cessate, e non risulta che siano state sostituite da analoghi prodotti computerizzati. Per contro, alcune altre piccole e coraggiose riviste di ordini periferici resistono, piccoli fari nel buio crescente della tradizione scritta.
5. La cessazione delle riviste non toglie nulla al patrimonio cartaceo esistente, o a quello digitale che si sta formando, che costituiscono il vero e proprio Archivio Storico dell’Avvocatura.
L’attività quotidiana di ogni Consiglio dell’ordine, infatti, come quella di ogni organo amministrativo o di ogni ente pubblico, si esprime necessariamente attraverso atti di volontà che sono documentati e conservati negli uffici, in una qualsiasi forma, e costituiscono poi, nella loro sequenza temporale, l’intera vita dell’Ordine, permettendone la rappresentazione.
La tenuta dell’Archivio Storico è anche un obbligo di legge, secondo le disposizioni del d.P.R. n. 445 del 28 dicembre 2000 (Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa), e tutti gli Ordini sono obbligatoriamente tenuti a conservare e a rendere agibile la consultazione della documentazione, istituendo un “servizio” con specifici compiti, e rispettando la sensibilità storica che unisce la gestione istituzionale (i consiglieri dell’Ordine, che necessariamente cambiano) con quella amministrativa (lo staff dei collaboratori, destinati a permanere nel tempo).
Naturalmente è necessario che l’insieme di tutta la documentazione, l’Archivio, sia fruibile, cioè sia raccolto e identificato e identificabile logicamente, utilizzabile e trasmissibile. Solo in tal modo si possono colmare le eventuali lacune delle pubblicazioni, e si evita il disordine che è foriero di una più ampia e generalizzata mancanza. Si tratta in fondo di concetti elementari, che ripercorrono il tema conoscitivo della rappresentazione, ed è questa l’idea che unisce le pubblicazioni esistenti agli archivi veri e propri. Pubblicazioni e archivio sono vicendevolmente custodi e interpreti dei fatti della storia.
6. Nella coscienza della rilevanza di questi rapporti, l’Ordine di Milano, nel 2018, ha dato incarico a un valente archivista – il dott. Aldo Luciano Arietti – di procedere al “riordinamento e inventariazione dell’Archivio Storico” del Consiglio dell’Ordine di Milano.
Il periodo preso in esame è racchiuso tra gli anni 1925 e 1978, ma sono oggetto dell’inventario anche gli Albi e Registri professionali dal 1875 al 1978 e i Fascicoli Personali dal 1882 al 1974. Il metodo è quello che lo stesso dott. Arietti ricorda nella Introduzione al volume, ripercorrendo le varie fasi del progetto, dalla ricognizione alla schedatura e alla cartellinatura, per approdare all’inventario analitico, o “descrizione inventariale”. Questo è il vero e proprio inventario, con indicazione delle tre “serie” (Atti del Consiglio, Gestione iscrizioni e cancellazioni, Della disciplina degli avvocati e procuratori), e per ciascuna di esse sono precisate le “sottoserie”, a cui seguono “Indice analitico” ed “Elenco delle sedute del Consiglio”, oltre alla bibliografia.
Ma il volume è anche arricchito dalle pagine indicate come “fonti primarie per la ricerca storica”, che ripercorrono i fatti più rilevanti documentati nell’Archivio, e sono in fondo la storia dell’Italia e dell’Avvocatura nei cinquant’anni presi in considerazione, dal delitto Matteotti del 1924 al periodo fascista e alle leggi razziali fino alla Liberazione, e poi ancora gli anni del Dopoguerra e gli anni di piombo, con le varie vicende e alcuni dei tanti processi celebri (dal caso “La zanzara” al processo “Curcio”). È un racconto personale che analizza le fonti per “avvicinare quanto più possibile il fruitore dell’informazione all’informazione stessa”, una utile mediazione tra il soggetto che fa ricerca e l’oggetto della ricerca stessa.
A ciò si aggiungono i “cenni storicistici”, che rappresentano brevi enunciazioni del contenuto delle Delibere assunte dagli organi forensi (il Direttorio del Sindacato fascista, prima, e il Consiglio dell’ordine, poi), su alcuni dei temi più rilevanti.
La ricerca mette in luce anche due grandi lacune: mancano i verbali dal 1927 al 1933 e tutte le decisioni disciplinari dal 1925 al 1945. Mancano quindi gli atti per capire l’impatto che il periodo più convulso per la storia d’Italia ha avuto sul foro milanese, mentre di minor importanza (a mio avviso) sono altre lacune precisate nelle varie sottoserie o nell’indice tematico, con riferimento al bilancio consuntivo (mancano le annate 1939 e dal 1968 al 1972) e preventivo (mancano varie annate tra il 1949 e il 1972). Nella speranza che non si tratti di perdite definitive (e la documentazione possa essere ritrovata in altre sedi), per colmare le lacune dell’Archivio potrebbero servire le riviste esistenti, ennesima conferma del rapporto reciproco tra pubblicazioni e archivio di cui stiamo parlando.
7. La pubblicazione di questo volume rappresenta per l’Ordine di Milano il raggiungimento di due importanti obiettivi.
Il primo è quello che pone al centro dell’attenzione anche l’aspetto formale della conservazione degli atti, che la frenesia quotidiana relega talvolta a momenti successivi, inevitabilmente accompagnati da difficoltà di ricostruzione e possibili sovrapposizioni e dimenticanze. Archiviare, in effetti, non vuole dire soltanto raccogliere o collezionare documenti, ma conservare il nesso tra di loro, e mantenere palese ogni collegamento per trarre le più utili e necessarie informazioni.
Abbiamo richiamato a tal fine la legge che impone agli enti pubblici, e quindi anche agli organi forensi, di attuare il “servizio” dettagliato descritto; ma potrebbe essere sufficiente il senso del dovere di compiere una necessaria operazione di trasparenza, per se stessi e per gli altri, nella conservazione fruibile della documentazione relativa all’attività svolta.
Sotto questo profilo, è motivo di orgoglio per l’Ordine di Milano – con la gratitudine rivolta all’Autore della ricerca – porre questo volume all’attenzione di tutti i consigli forensi: un momento di reciproca condivisione della rilevanza anche pubblica dell’attività svolta.
8. Il secondo obiettivo si collega alla celebrazione dei 150 Anni di Storia dell’Avvocatura e alla Mostra che il Consiglio dell’Ordine di Milano ha organizzato, per l’occasione, nei locali della propria biblioteca.
L’Avvocatura ha celebrato i 150 anni della vita professionale (dalla prima legge del 1874 a oggi) e l’Inventario dal 1925 al 1978 è una parte di questo periodo, insieme con gli Albi e Registri professionali dal 1875 al 1978 e i Fascicoli Personali dal 1882 al 1974: una parte in termini di tempo, ma essenziale per la ricostruzione e comprensione del periodo indicato.
La Mostra sarà diffusamente presentata e descritta in altro volume, insieme con gli atti dei vari incontri tenuti per illustrarne l’importanza; ma è stata proprio l’occasione della Mostra a rendere attuale l’Inventario che presentiamo, e a giustificarne ampiamente il progetto.
L’Avvocatura è una istituzione senza tempo, poiché la difesa dei diritti nasce con lo stesso concetto di società, ma sembra più vicina quando è possibile rappresentarla e raccontarla nella ricostruzione di questi ultimi 150 Anni, poiché questa è l’Avvocatura che abbiamo fatto noi, attraverso le generazioni racchiuse in questo periodo, nella comune volontà di rendere più grande e più certa la professione, e con essa la giustizia e la sua rappresentazione per le generazioni future.
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